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A conclusione del 12° Piano Quinquennale (2011 – 2015), il Governo cinese stima che l’industria verde (dell’efficienza energetica, della tutela ambientale, delle nuove energie e dei veicoli ecologici) abbia inciso sul PIL per circa un 8%, pari a circa 740 miliardi di Euro, mentre il settore della protezione ambientale in senso stretto incide per circa il 2%, pari a circa 185 Miliardi di Euro.

Il sistema bancario cinese stima che, nell’arco del 13° Piano Quinquennale (2016 – 2020), l’industria verde avrà un fabbisogno finanziario di 2,9 trilioni di RMB annui, arrivando ad un totale di 14,5 trilioni di RMB, pari a più di 2000 Miliardi di Euro, al fine di finanziare investimenti, compresi quelli per la protezione ambientale.

A partire da questo dato, il Governo cinese ha stimato che potrà far fronte a non più del 15% di tale impegno finanziario, pertanto si rende necessario coinvolgere e motivare gli investimenti privati.

Proprio con quest’ottica, nel corso del 2015, è stata ideata ed attuata una lunga serie di riforme, il cui compito è quello di definire le condizioni e le strategie di sviluppo del mercato della tutela ambientale.

Da un parte vengono definiti limiti ed obiettivi ambientali sempre più stringenti, dall’altra vengono ridefinite le regole per il coinvolgimento dei privati, offrendo sia opportunità finora precluse, sia regole sempre più definite e mature.

A gennaio 2015 è entrata in vigore la nuova revisione della legge ambientale, a marzo l’Action Plan per la prevenzione dell’inquinamento dell’acqua, a giugno la riforma delle Concessioni sulle Utility Pubbliche, a settembre il “Piano di riforma integrata per la promozione del progresso ecologico”, a dicembre le bozze del XIII° Piano Quinquennale e lo schema nazionale per l’emissione dei Green Bond, a maggio 2016 l’Action Plan per il controllo e la prevenzione dell’inquinamento dei suoli, che mettono l’acceleratore agli investimenti per la protezione ambientale e per lo sviluppo secondo modelli di economia circolare, creando uno spazio di mercato senza precedenti e proiettando la Cina alla guida delle finanza verde mondiale.

Nel corso del 12° Piano Quinquennale, il governo ha cercato di attuare una politica della carota e del bastone, la carota era costituita da una serie di agevolazioni e di contributi per investimenti migliorativi della situazione ambientale, mentre il bastone era costituito dall’inasprimento di alcuni limiti di inquinamento.

Il presidente Xi Jinping ha voluto affrontare la questione in modo più radicale, affiancando la precedente politica con interventi strutturali.

La Cina è uno Stato unitario, ma le Provincie e le Amministrazioni locali godono di autonomie molto ampie (indicativo il fatto che vengono chiamati Governi Popolari locali), che permettono loro di implementare piani diversi, non omogenei e con risultati difficilmente controllabili. Inoltre, a causa di questa autonomia, anche nel campo della tutela ambientale, la corsa alla realizzazione di infrastrutture ha comportato un aumento incontrollato del ricorso al debito, che ha portato alcune amministrazioni locali sull’orlo del default.

Senza ledere l’autonomia operativa delle Amministrazioni locali, il complesso delle riforme del 2015 tende a porne un limite alla discrezionalità ed a stabilire dei sistemi di controllo, verifica e coordinamento, non solo da parte del Governo centrale, ma anche da parte della Popolazione e dei potenziali investitori.

Le direttive del Governo centrale sono articolate in leggi nazionali, che è un insieme di regole generali che dettano le condizioni di massima della gestione ambientale, gli Standard Guobiao (in sigla GB), che definiscono i parametri tecnici di qualità dell’Ambiente, i limiti di emissione e le modalità di monitoraggio, ed i piani di Azione che definiscono gli obiettivi operativi a cui le Amministrazioni locali dovrebbero tendere.

La revisione della Legge Ambientale, entrata in vigore a gennaio 2015, introduce cinque disposizioni chiave:

  1. aumento delle responsabilità di chi inquina, con meccanismi sanzionatori significativamente più aspri, la possibilità di far chiudere gli stabilimenti che non si adeguano e l’obbligo di pubblicare i documenti della Valutazione di Impatto Ambientale;
  2. aumento delle responsabilità degli Enti Pubblici e dei funzionari pubblici, i quali non solo saranno valutati sulla base delle performance ambientali dei territori che Amministrano, ma saranno anche soggetti a provvedimenti più pesanti in caso di omessa vigilanza o violazione della legge stessa, con pene che includono anche l’arresto;
  3. aumento della divulgazione al pubblico, specificatamente si determina che le Pubbliche Amministrazioni rilascino al pubblico i dati del monitoraggio ambientale, così come le industrie più inquinanti;
  4. azioni legali nel pubblico interesse, che possono esser patrocinate da ONG con specifici requisiti,
  5. protezione per gli informatori che segnalano reati ambientali.

Per la prima volta, sia pure con forti limiti, la popolazione viene direttamente chiamata in causa come elemento attivo dell’azione di vigilanza, sia nei confronti dell’azione delle Pubbliche Amministrazioni, sia nei confronti delle industrie.

Viene anche stabilito che, qualora si scopra che un funzionario pubblico abbia violato la legge, omettendo di vigilare o rilasciando permessi non dovuti, qualora le Amministrazioni locali non predano provvedimenti adeguati, allora possono intervenire le Amministrazioni di livello superiore (Articolo 67).

Si determina, inoltre, che le Amministrazioni locali non possono rilasciare autorizzazioni in deroga agli Standard Guobiao, se non per imporre limiti più restrittivi, che devono comunque essere comunicati al Governo.

La legge ambientale definisce uno scenario molto più duro rispetto a quello precedente, nei confronti sia delle industrie che degli amministratori locali, senza però definire le regole per lo sviluppo del mercato ambientale. Anche per questo motivo, l’azione di Law Enforcement è stata inizialmente blanda, in attesa dell’attuazione delle riforme successivamente implementate, ma si prevede che nel corso del 2016 si farà molto più attenta ed aspra.

La riforma di giugno 2015 delle concessioni delle Pubbliche Utility è lo strumento cardine per spostare in modo sostanziale la titolarità degli investimenti diretti dalle Amministrazioni locali agli investitori privati.

Innanzi tutto, già dalla fine del 2014, viene imposto un limite massimo al debito delle Amministrazioni Locali, le quali, inoltre, non possono più contrarre nuovo debito per finanziare infrastrutture a reddito, quelle cioè, per le quali sono previste delle tariffe di utilizzo (autostrade, depuratori, impianti di recupero e smaltimento rifiuti, ecc). Viene, infine, imposto il divieto di emissioni di bond senza il preventivo consenso del Governo centrale.

Se le Amministrazioni hanno la necessità di procedere alla realizzazione di nuove infrastrutture a reddito, hanno due alternative possibili: o dispongono della necessaria capacità finanziaria senza ricorrere a nuovo debito, o devono ricorrere al Partenariato Pubblico Privato.

La Riforma delle Utility Pubbliche amplia l’ambito dei progetti di infrastrutture e utility pubbliche che sono ammissibili per il Partenariato Pubblico Privato, fino a quel momento limitate alle utility urbane, aggiungendo settori strategici, quali

  1. energia
  2. trasporti
  3. risorse idriche
  4. protezione ambientale
  5. lavori pubblici urbani

La Riforma apre anche agli investitori esteri, seppure questi siano praticamente costretti a istituire una stabile organizzazione di diritto Cinese, permette specificatamente l’utilizzo di vari modelli tradizionali di Partenariato Pubblico Privato, quali il BOT (Build-Operate-Transfer), BOOT (Build-Own-Operate-Transfer), BTO (Build-Transfer-Operate), per una durata fino a 30 anni, rimanendo aperta a proposte di diverse formule e durate.

La Regolamentazione conferisce al Concessionario la possibilità di imporre tariffe all’utente finale ed, inoltre, consente al Governo di fornire al Concessionario un fondo di capitale pubblico, che assicuri la realizzazione del progetto in presenza di insufficienti risorse della controparte privata. A questo si aggiunge il fatto che vengono previste anche altre forme di finanziamento, tra cui equity funds, obbligazioni, garanzie e speciali prestiti della durata della concessione.

Il 21 settembre 2015, il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese ed il Consiglio di Stato hanno pubblicato il Piano integrati di riforma per la promozione del progresso ecologico del Paese.

Si tratta di un documento di indirizzo, strutturato in 56 articoli, organizzati in 10 titoli, il cui scopo è quello avviare un’azione di riordino ed approfondimento legislativo e di indicare gli obiettivi, verso cui devono puntare tutte le Amministrazioni ai vari livelli, tenendo in considerazione il 2020 come scadenza di questo processo.

Si pone l’accento, inoltre, sulla necessità di creare un sistema omogeneo e ben organizzato, relativo ai diritti di proprietà e sfruttamento delle risorse, oltre allo sviluppo di meccanismi di mercato; si imposta la revisione della quantificazione del danno ambientale, delle responsabilità di chi lo ha causato, ma anche del sistema tariffario per la gestione delle risorse e dell’inquinamento

Si imposta, più in generale, una più organica visione nazionale della gestione ambientale, prevedendo l’istituzione di sistemi unificati per la gestione Territoriale, in particolare il Piano affronta il problema delle inefficienze delle autonomie locali, mettendo in luce l’esigenza di nuove impostazioni per le pianificazioni delle amministrazioni locali e di mettere ordine tra loro, conducendole verso i Piani di Coordinamento Territoriali (Titolo IV).

A fronte della stima del fabbisogno finanziario di oltre 2000 miliardi di Euro per il periodo 2016 – 2020 e del fatto che il Governo ritiene di non poter contribuire per più del 15%, la Cina ha cercato nuove modalità per individuare capitali finanziari.

Fino al 2015, il prestito bancario è stata la fonte primaria per progetti verdi; secondo l’Associazione delle Banche Cinesi, fino alla fine del 2014, le 21 maggiori banche hanno erogato prestiti per oltre 6 trilioni di RMB (oltre 857 miliardi di Euro), almeno il 10% del totale dei prestiti erogati.

Da gennaio 2014 ad ottobre 2015, il Prime Lending Rate (il tasso di interesse medio praticato dalle tre maggiori banche cinesi ai privati ed alle aziende) è progressivamente sceso dal 6% al 4,3% (I mutui ipotecari in Italia a tasso fisso, nello stesso periodo, si aggirano attorno al 3,6%, mentre quelli a tasso variabile al 2,83%).

Il Governo Cinese ha voluto identificare fonti di finanziamento a più buon mercato rispetto al debito bancario e che coinvolgessero capitali privati nazionali ed internazionali, imboccando la strada dell’emissione dei Bond Verdi.

Il 22 dicembre 2015, la Bank of China ed il Green Finance Committee of China Society of Finance and Banking hanno emesso le Linee Guida per I Bond Verdi ed il Catologo dei Progetti Sostenuti dai Green Bond.

Vengono identificati sei temi principali (efficienza energetica, controllo e prevenzione dell’inquinamento, conservazione e riciclaggio delle risorse, trasporti puliti, energie pulite e protezione ecologica e, infine, adattamento al cambiamento climatico).

Le regole di emissione si discostano da quelle del Climate Bonds Initiative, in quanto includono anche progetti relativi all’efficienza energetica nell’utilizzo delle fonti fossili (carbone e petrolio), allargando considerevolmente l’abito di applicazione ed attraendo maggiormente l’interesse di investitori internazionali.

Secondo l’International Energy Agency, nel 2015, le emissioni di gas effetto serra della Cina si sono ridotte dell’1,5%, la più grande diminuzione in volume in confronto a quella degli altri Paese, soprattutto a causa della riduzione dell’utilizzo del carbone come fonte energetica.

In contrasto rispetto a questo dato, il fatto che nell’inverno tra il 2015 ed il 2016 alcune grandi città, tra cui Pechino e Shenyang, hanno raggiunto i massimi picchi di concentrazione di PM2,5 mai registrati al Mondo, anche 56 volte superiori al massimo tollerabile secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute, comportando l’attuazione di piani di emergenza, con la chiusura temporanea di fabbriche e cantieri e limitazioni al traffico.

A partire dal 2011, con il XII° Piano Quinquennale, il Governo Cinese ha provato a porre rimedio alla situazione e, nel 2013, è arrivato ad emettere un Piano di Azione per la prevenzione ed il controllo dell’inquinamento dell’aria, definendo obiettivi concreti da raggiungere entro il 2017.

Per l’esecuzione del Piano di Azione, il Governo cinese calcola che sono necessari più di 300 miliardi di euro, cifra che non può essere interamente finanziata dalle casse pubbliche. Per questo motivo, il piano d’azione prevede l’instaurarsi di meccanismi di mercato, su principio di “chi inquina paga”.

La strategia è quella di accompagnare un inasprimento di regole e limiti con politiche di incentivi per fonti energetiche alternative e pulite, efficienza energetica e meccanismi di mercato per il trading delle quote di emissione.

Il 19 novembre 2015, Xie Zhenhua, vice presidente del NDRC, ha tenuto una conferenza stampa per annunciare che, sulla base dei risultati degli schemi pilota, è ormai è allo studio il meccanismo di carbon trading nazionale, che dovrà entrare in vigore entro il 2017.

D’altra parte, l’insieme delle riforme, attuate e messe in cantiere nel corso del 2015 in campo di tutela ambientale, prelude ad un consistente giro di vite sulle aziende non in regola, che verranno sanzionate e costrette a chiudere, se non adeguano gli impianti.

Durante il Piano Quinquennale 2011 – 2015, le principali città si sono dotate di sistemi di monitoraggio dell’aria, così come il mercato degli elettrodomestici ha prodotto un gran numero di dispositivi domestici di rilevamento e filtrazione del particolato.

Il settore specifico del monitoraggio, quindi, è ad uno stadio ormai di maturità, dove l’attenzione si è spostata sui sistemi di early warning, per il monitoraggio delle emissioni industriali e per l’allertamento della popolazione.

Per quanto riguarda il trattamento, l’attenzione si sta concentrando soprattutto sui sistemi di desolforazione e denitrificazione, che hanno impatti anche su trattamento delle acque reflue e che sono particolarmente sentiti nel trattamento delle emissioni delle centrali a carbone (che hanno ancora rendimenti energetici molto bassi comperati a quelli delle centrali italiane) e della produzione di cemento.

Sotto la pressione della crescente attenzione della popolazione alla qualità dell’aria, cresce anche la domanda per le tecnologie di trattamento degli odori.

Per quanto riguarda la problematica dell’abbattimento del particolato nelle aree urbane, soprattutto in quelle di prima, seconda e terza fascia, c’è interesse anche per tecnologie di abbattimento non alla fonte, con l’utilizzo di stazioni di filtrazione disseminate per la città, così come c’è un crescente interesse per l’utilizzo di tecnologia di modifica delle condizioni climatiche; vengono già utilizzati, ad esempio, missili che rilasciano ioduro di argento nelle nuvole, per causare e modificare le precipitazioni.

Infine, in seguito alla pubblicazione a maggio 2014 dei nuovi standard di emissione delle caldaie a carbone, si sono intensificati i controlli, sia nelle industrie che nell’ambito residenziale, facendo crescere la domanda per tecnologie più efficienti.

Secondo le stime, a maggio del 2015, del Ministero della Protezione Ambientale (MEP), il raggiungimento degli obiettivi definiti, per il controllo dell’inquinamento dell’acqua, richiederà l’acquisto diretto di prodotti e servizi di trattamento per oltre 200 miliardi di Euro ed investimenti indiretti per oltre 71 miliardi.

Nel 2014, erano in funzione 3622 impianti di depurazione, per una capacità di 153 milioni di metri cubi/giorno, tuttavia ancora nel 2015, oltre 300 città non disponevano di impianti.

I dati ufficiali dichiarano che il 70% delle acque reflue vengono trattate prima di essere scaricate in Ambiente, tuttavia alcuni esperti asseriscono che, nel settore industriale, la percentuale più realistica è attorno al 30%.

Un report del 2014 del Ministero della Protezione Ambientale evidenziava che tra le 4778 stazioni di monitoraggio delle acque sotterranee attive, il 43,9% segnalava acque al livello IV (inquinate, ma utilizzabili per scopi industriali) e 15,7% al livello V (inquinate, ma utilizzabili per irrigazione). Lo stesso report indicava che la qualità delle acque sotterranee è progressivamente peggiorata dal 2011.

Piano d’Azione per la Prevenzione dell’Inquinamento dell’Acqua

Il Governo cinese si è impegnato ad inasprire regole, limiti e controlli per il settore industriale, con la pubblicazione del Piano d’Azione per la Prevenzione dell’Inquinamento dell’Acqua (maggio 2015) ed emettendo specifici standard per determinati settori, tra cui quello della concia, del finissaggio dei tessuti, e delle industrie che producono batterie.

Il Piano d’Azione detta gli obiettivi che devono essere necessariamente raggiunti entro il 2020; sono, quindi, previste dieci azioni principali e specifiche responsabilità dei Ministeri per ciascuna di esse. Le Amministrazioni Pubbliche locali, ad ogni livello, devono implementare il Piano di Azione senza ulteriori elaborazioni e distinzioni di responsabilità.

Tra le azioni previste, l’obiettivo di completare il sistema di raccolta delle acque reflue in tutte le città e l’ammodernamento degli impianti di depurazione, il miglioramento qualitativo dei principali bacini idrografici e l’implementazione di politiche per la riduzione dei consumi idrici.

Tra gli obiettivi, inoltre, emerge la volontà di mettere mano al sistema tariffario per l’utilizzo della risorsa idrica e per il conferimento delle acque reflue, dando spazio all’intervento di investitori privati.

Il problema dei fanghi da depurazione

La gestione dei fanghi da depurazione viene ormai considerata una emergenza nazionale; nel 2012 sono stati prodotti 30 milioni di tonnellate di fango, cinque volte la Grande Piramide di Giza, e si prevede che questa quantità sia arrivata a 34 milioni a fine 2015.

Storicamente, si ritiene che gran parte dei fanghi (80% circa) non sia efficacemente trattata e smaltita; in verità, la maggior parte degli impianti di depurazione si fermano ad un trattamento secondario ed i liquami sono solo leggermente trattati, o non vengono trattati del tutto.

Data l’emergenza, i Governi locali stanno imponendo ai nuovi impianti di trovare soluzioni che permettano il riutilizzo integrale dei fanghi.

Tuttavia, le acque reflue industriali, circa il 35% del totale, comportano fanghi di depurazione carichi di metalli pesanti (tipicamente Zn, Cr e Pb), Inquinanti Organici Persistenti (come gli idrocarburi policiclici aromatici e PCB), limitando fortemente le opzioni per lo smaltimento.

Inoltre, il contenuto organico dei fanghi è, in genere, inferiore al 50%, perché molti dei sistemi fognari, soprattutto nel sud della Cina, mescolano le acque reflue urbane con le acque piovane, incorporando alte quantità di materiale inorganico.

Conseguentemente, sono inefficaci tecniche di uso comune per il trattamento dei fanghi, come la digestione anaerobica ed il compostaggio anaerobico; nel 2013, erano attivi circa 2600 impianti di trattamento dei fanghi, ma solo 60 avevano adottato processi di digestione anaerobica e meno della metà erano effettivamente attivi.

Esiste, inoltre, un evidente gap nelle risorse economico finanziarie allocate per la depurazione delle acque reflue (68,8 Miliardi di dollari/anno) e per il trattamento dei fanghi (5,6 Miliardi di dollari/anno).

Un problema di pianificazione territoriale

Esistono anche delle problematicità di maturità in merito alle impostazioni delle pianificazioni della Amministrazioni locali. In molti casi, nell’arco dell’ultimo quinquennio, si è proceduto alla chiusura coatta di fabbriche troppo piccole per poter investire nella protezione ambientale ed alla loro concentrazione in cluster (chiamati parchi industriali), tuttavia, in alcuni casi, la razionalizzazione delle infrastrutture non è stata realizzata in modo da sfruttare il raggruppamento delle aziende.

Nel caso di alcuni distretti conciari, riorganizzati nel corso del 2014 e del 2015, le amministrazioni locali hanno imposto agli stabilimenti, tutti collocati nella stessa area e poche centinaia di metri l’uno dall’altro, di dotarsi di propri impianti di trattamento delle acque reflue, portandoli entro i parametri standard per il conferimento in fognatura.

Le conseguenze di questa scelta hanno impatti sull’equilibrio tra sostenibilità ambientale ed economica, sia perché carica i singoli stabilimenti di costi di investimento che avrebbero potuto essere condivisi, sia perché un impianto di area dedicato avrebbe performance ambientali migliori rispetto agli impianti dei singoli stabilimenti.

Tecnologie maggiormente utilizzate

Il processo di trattamento predominate è quello a fanghi attivi (CASP – Conventional Activated Sludge Process) e processi su questo basati, tipicamente vasche di ossidazione (OD – Oxidation Ditch), reattori a batch sequenziali (SBR – Sequencing Batch Reactors), processi AAO (Anaerobic-Anoxic-Oxic) e AO (Anoxic-Oxic), in ordine di popolarità.

Meno ampiamente utilizzati sono processi a biofilm, bioreattori a membrane (MBR), sistemi di trattamento biologico naturale (ad esempio fitodepurazione) e trattamento biologico anaerobico.

Fino al 2014, la Cina non aveva alcun dato ufficiale in merito allo stato di contaminazione dei suoli; in quell’anno fu pubblicato uno studio, sviluppato da Ministry of Environmental Protection e Ministry of Land Resources, su dati raccolti tra il 2005 ed il 2013, che ha evidenziato che il 16,1% dei terreni cinesi è contaminato oltre livelli accettabili, mentre il 19,4% della superficie arabile risulta gravemente contaminata da metalli pesanti.

Il Governo cinese ha determinato che il 90% della superficie arabile cinese è necessaria per il mantenimento delle sicurezza alimentare del Paese; i terreni contaminati, che non possono essere utilizzati a fini alimentari, hanno infranto il limite di guardia del Governo, si dovrà, quindi, prendere provvedimenti per il ripristino funzionale dei terreni.

Anche per questo motivo è in corso di revisione lo standard di qualità dei terreni (GB 15618), al fine di includere una serie di parametri più adatti ai terrenti agricoli.

La contaminazione dei suoli dovuta a metalli pesanti è maggiormente concentrata nelle aree del delta del fiume Yangtze, nel delta del Fiume delle Perle e nel Nord Est, a causa della concentrazione della industria pesante. Livelli eccessivi di metalli pesanti sono stati individuati anche nelle provincie del sud-ovest e del centro-sud, in quanto sono le principali aree per le industrie di estrazione dei metalli e fonderie.

I livelli nel suolo di Cadmio, Mercurio, Arsenico e Piombo aumentano da Nordovest a Sudest e da Nordest a Sudovest.

Il “Jiangsu Institute of the Environmental Industry” ha stimato che nel periodo 2014-2020 il mercato cinese delle bonifiche dovrebbe raggiungere un valore di oltre 100 miliardi di Euro, mentre alcuni analisti stimano che il costo per il ripristino di tutti i terrenti contaminati potrebbe superare i 1500 miliardi di Euro.

A fine maggio 2016, il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese ha approvato il Piano d’Azione per il controllo e la prevenzione dell’inquinamento dei suoli per il periodo 2016 - 2020, che prevede una prima fase (2016-2018) di attività di consolidamento del quadro normativo, di individuazione e caratterizzazione di massima dei siti contaminati in aree sensibili e di stesura dei piani di bonifica, mentre in un secondo periodo (2019-2020) la conclusione di almeno 200 progetti di risanamento ed il consolidamento dell’attività di pianificazione territoriale e di misure per il contenimento dell’inquinamento dei suoli.

Secondo il report “What a Waste”, pubblicato nel 2012 della Banca Mondiale, la Cina ha prodotto il 70% del Rifiuto Solido Urbano del sud est asiatico, con oltre 180 milioni di tonnellate all’anno, dato che secondo alcuni analisti è cresciuto ad oltre 200 milioni di tonnellate per il 2014 e dovrebbe superare le 230 milioni di tonnellate nel 2020.

In media, la popolazione cinese produce da mezzo chilo a tre quarti di chilo di rifiuto solido urbano al giorno, nelle principali aree metropolitane produce circa 1-1,1 kg/giorno.

Il Rifiuto Solido Urbano viene primariamente smaltito in discarica, che può essere più o meno gestita e messa in sicurezza, mentre il rifiuto industriale, secondo i dati ufficiali, viene primariamente reimpiegato e solo un 25% verrebbe smaltito a discarica.

Circa un 17-18% del Rifiuto Solido Urbano viene portato all’incenerimento, di cui, grazie al XII° Piano Quinquennale, una quota sempre crescente implica anche una valorizzazione energetica (circa il 3% del totale).

Caratteristiche del Rifiuto Solido Urbano e raccolta

Per quanto sia prevista dalle politiche generali della Cina, la raccolta differenziata è scarsamente implementata, nelle grandi città i rifiuti possono essere buttati nei bidoni, ma spesso, soprattutto nei vicoli interni, è usanza abbandonare i rifiuti su un segmento di strada appositamente designato.

I netturbini possono passare più volte nell’arco della giornata, per raccogliere i rifiuti abbandonati e svuotare i bidoni, ma è pratica consolidata che i rifiuti che possono avere un valore economico (plastiche, vetro, ecc.) vengano raccolti da privati cittadini, che poi li vendono agli impianti di recupero.

Secondo studi effettuati, Il rifiuto raccolto dai netturbini (e che finisce negli impianti di smaltimento) contiene una importante quantità di organico (rifiuto da cucina), che varia da un 44% ad un 57%, ed altri rifiuti di più scarso valore nella filiera del riciclaggio di materiali, anche se la composizione può variare sensibilmente da città a città, a seconda delle condizioni economiche e di diversi altri fattori.

Si stima, inoltre, che il tenore di umidità sia attorno al 50%, che, a seconda della zona e della stagionalità, può raggiungere il 70%.

Costi di gestione per la raccolta e lo smaltimento in discarica a carico della Città

I costi di smaltimento in discarica sanitaria devono esser calcolati caso per caso, esistono diversi studi che cercano di dare indicazioni in merito, che integrano informazioni provenienti da impianti e da tempi diversi. Le informazioni che seguono hanno, quindi, un valore puramente indicativo; inoltre, bisogna tenere in considerazione il fatto che il prezzo del personale è in continua crescita.

  • Raccolta: le componenti di costo della raccolta sono quelle del personale (dai netturbini allo staff di coordinamento) e dei materiali utilizzati. Il costo complessivo è orientativamente di 11-12€/ton (tra i 70 ed i 90 RMB).
  • Trasporto: le componenti di costo riguardano il costo dei veicoli, carburanti , autisti e tecnici di manutenzione. Il costo complessivo è orientativamente di 8€/ton
  • Tariffa di conferimento: sono state rilevate tariffe che si assestano attorno gli 11-13€/ton, bisogna tenere in considerazione che la tariffa è calmierata da sussidi governativi.

Termovalorizzazione (waste-to-energy)

A causa della rapida urbanizzazione ed in considerazione che il XIII° programma quinquennale ne prevede una ulteriore crescita, le città di prima, seconda, terza e quarta fascia si sono trovate a gestire una quantità enorme di rifiuti, spesso accumulati in discariche non gestite.

Questa situazione ha spinto il governo cinese ad incentivare l’incenerimento del rifiuto solido urbano e, a causa della necessità di approvvigionamento energetico, alla valorizzazione energetica, che è stata particolarmente incentivata, attraverso prestiti agevolati, defiscalizzazione e tariffazione energetica.

In Cina sono già attivi oltre 100 impianti di termovalorizzazione.

Secondo gli studi effettuati a Shanghai ed in altre città, i termovalorizzatori presentano emissioni molto basse di diossine e mercurio, al di sotto dei limiti Europei in vigore nel 2010, mentre le emissioni di NOx sono superiori a quelle europee, ma comunque all’interno dei limiti in vigore in Cina.

Le due tecnologie più diffuse sono quella del combustore a griglie mobili e quella del combustore a letto fluido, i primi si basano su tecnologie prevalentemente di importazione, mentre i secondi, meno diffusi, sono basati prevalentemente su tecnologie domestiche.

Il potere calorifico inferiore del Rifiuto Solido Urbano può tranquillamente variare da 4 MJ/kg a 6-7 MJ/kg .

In alcuni casi, il percolato raccolto dai bunker di stoccaggio per ridurre l’umidità viene utilizzato per produrre biogas, che viene convogliato nella camera di combustione per migliorarne il rendimento.

Il sistema di abbattimento delle emissioni in atmosfera più utilizzato è la combinazione di scrubber semi-dry, iniezione di carboni attivi e filtri a manica; in alcuni casi, viene integrato anche un sistema denox SNCR.

Dal 2012, per delibera del NDRC, la tariffa agevolata per la cessione di energia elettrica da termovalorizzazione sulla rete nazionale è di 0,65 RMB al kWh (0,08 – 0,09 €/kWh), 0,20 RMB in più di quanto pagato per l’energia prodotta da fonti fossili. Tuttavia, non tutta l’energia ceduta alla rete nazionale viene pagata a tariffa agevolata.

Viene stabilito un meccanismo di calcolo imperniato su un valore di base della generazione di corrente di 280 kWh per tonnellata di RSU (cioè un potere calorifico pari a 5,04MJ/kg) e sulla quantificazione di un valore di base della produzione energetica, calcolato come il numero di tonnellate processate, moltiplicato per il valore di base di generazione di corrente.

Si vengono, quindi, a definire i tre scenari:

  • Alta generazione: più di due volte la produzione di base; contata come produzione da fonte fossile e non si applica l’incentivo.
  • Media generazione: più alto della produzione di base, ma meno del doppio; la produzione fino a quella di base è a tariffa incentivata, quella in eccesso viene equiparata a quella da fonte fossile
  • Bassa generazione: Meno della produzione di base; tariffa incentivata per tutta la produzione

I costi di investimento e di gestione sono da verificare caso per caso con un apposito studio di fattibilità; in letteratura si trovano studi che rilevano costi di investimento fino a 350€ per tonnellata nominale e costi operativi oltre i 23€ per tonnellata trattata, con proventi per circa 40€ per tonnellata (incide, oltre alla tariffa elettrica, anche l’eventuale recupero di materie).

Segmenti di mercato

Il mercato cinese della protezione ambientale è suddiviso essenzialmente in due segmenti

  • apparecchiature e macchinari
  • sistemi e impianti

Nel primo segmento, i clienti sono principalmente le industrie che necessitano di acquistare tecnologie per mettere a norma le proprie emissioni, al fine di evitare sanzioni oppure la chiusura coatta dell’attività da parte del governo locale.

Apparecchiature e Macchinari di importazione devono essere regolarmente certificati secondo gli standard cinesi, altrimenti ne è vietata l’importazione, per questo motivo l’accesso occasionale al mercato cinese è piuttosto raro, ma non impossibile.

Nel segmento dei sistemi e impianti, i clienti sono le municipalità, i parchi industriali ed aggregazioni di industrie che hanno l’obiettivo di realizzare sistemi centralizzati o collettivi e/o sistemi di pretrattamento i coda ai loro processi industriali.

Questo segmento è caratterizzato da transazioni complesse, dove, soprattutto se il beneficiario finale è la municipalità, la formula della cessione può avvenire tramite un progetto di Partenariato Pubblico-Privato, ad esempio di un a formula BOT – Build Operate and Transfer.

In questo caso, la cessione di tecnologia è accompagnata da una complessa architettura di interessi e di partenariati con i Soggetti che rientrano nella compagine, dove il soggetto che cede tecnologia e know-how deve valutare l’orizzonte temporale di uscita dal progetto.

Uno scenario, infatti, è che rimanga all’interno della compagine per un periodo limitato alla realizzazione, avviamento e conduzione dell’impianto, fintanto che un altro partner diventi autonomo nella gestione; un altro scenario è che rimanga nella compagine a lungo termine o fino alla conclusione della concessione.

Maturità del mercato cinese

Il XII° Programma Quinquennale ha dato certamente un impulso straordinario allo sviluppo del mercato della protezione ambientale, ma il compito di stabilizzarlo e trasformarlo in un mercato maturo spetta al XIII° Piano, nel quinquennio 2016 – 2020.

Il mercato cinese, nonostante le cifre straordinarie già investite, si trova ancora in una fase iniziale di sviluppo ed i comportamenti degli acquirenti sono fortemente condizionati da una quadro normativo che, nel corso del 2015, è stato rivoluzionato e che nei prossimi anni dovrà stabilizzarsi e mettersi a pieno regime.

Nel frattempo, la necessità di prendere provvedimenti in emergenza e il progressivo inasprimento dei limiti di emissione, il rischio per le imprese di dover chiudere le attività ed il forte impulso trasmesso dal Governo centrale elle Amministrazioni locali, affinché ottenessero risultati a breve termine, ha creato un fenomeno di corsa all’acquisto di quelle che vengono definite le “migliori tecnologie”.

Per capire il significato di questo fenomeno, bisogna tenere in considerazione che la gestione ambientale è una materia recente sia per le imprese che per le Amministrazioni locali, le quali iniziano ad avere una conoscenza approfondita delle problematiche ambientali, ma non del problem solving necessario ad implementare soluzioni che, in teoria, dovrebbero funzionare, ma che, nella pratica, richiedono una profonda esperienza per raggiungere i parametri di funzionamento previsto.

Questo meccanismo è andato a beneficio del segmento delle apparecchiature e macchinari di importazione, mentre il segmento dei sistemi ed impianti è quello che si appresta a svilupparsi nei prossimi anni.

La corsa agli acquisti di macchinari, comunque, ha permesso alle imprese di raffinare le proprie conoscenze e di impostare strategie di acquisto più mirate.

In questa situazione, l’Italia si è trovata finora svantaggiata rispetto ai Competitor europei, perché la struttura delle imprese italiane produttrici di tecnologie è tale da non disporre di disponibilità finanziare da impiegare in un mercato in una prima fase di sviluppo, quindi ad alto rischio, così come l’alto grado di specializzazione richiede una tipologia di clientela evoluta e pienamente consapevole delle proprie esigenze.

Non c’è d stupirsi, quindi, che le imprese italiane che si sono avventurate nel mercato cinese abbiano riscontrato notevoli difficoltà, ma bisogna anche tenere in considerazione che solo ora la Cina comincia ad avere un grado di maturità tale da comprendere pienamente il valore della proposta tecnologica, del suo ambito di applicazione, con cognizione di causa per distinguere tra tipologie di offerte diverse.

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